Diagnosticare un disturbo alimentare è molto complesso. Il primo passo è quello di determinare se sia un disagio che assume una forma temporanea o un disturbo che continuerà a crescere nel tempo. In psicologia ci sono tre forme di disturbo alimentare.

Il primo è l’Anoressia: nasce in relazione al rifiuto di mantenere il peso corporeo entro i livelli di normalità. A titolo esemplificativo possiamo indicare il comparire dei sintomi con una perdita di almeno il 15% del peso corporeo

Il secondo, il Binge Eating, significa assumere un comportamento alimentare sregolato, caratterizzato da un’alimentazione veloce, a prescindere dal segnale della fame e accompagnata da intensi sentimenti di colpa. La questione dell’appetito è molto importante. Non è un semplice mangiare di più, come può essere la spinta di un dolce per noi molto appetitoso al termine del pasto. E’ una questione psicologica di forte sofferenza e caratterizzata da una difficoltà estrema a fermarsi.

Il terzo è la Bulimia Nervosa in cui la persona perde il controllo della quantità di cibo ingerito. Questi momenti di grandi abbuffate seguite (o meno) da digiuni o altri metodi di compensazione (da quelli più evidenti – anche se generalmente nascosti – come il provocarsi il vomito a quelli più “celati” perchè socialmente più desiderabili, tipo esercizi continuativi in palestra).

Non sempre la persona che manifesta tali disagi può esserne consapevole e di conseguenza le forme di attenzione e cura da parte di amici o parenti (es. “Ti vedo dimagrito/a. Tutto bene?”), possono essere vissute come intrusioni a quello che viene vissuto come un proprio modo di vivere. In realtà come ogni problema, se non viene affrontato continuerà a crescere. Il primo step è quello di rivolgersi ad un professionista anche solo a carattere informativo: psicologi, psichiatri, dietisti, nutrizionisti, pediatri sono preparati ad affrontare tale disagio ed è proprio da un’equipe che il disturbo può essere curato.

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